Quindici milioni di euro. È la cifra — 4,9 milioni per la CIGO e 10,3 per la CISOA — che lo Stato mette sul piatto per coprire le ultime settimane del 2026. Non è una misura estiva qualsiasi: per la prima volta il legislatore tratta le ondate di calore come un’interruzione strutturale del ciclo produttivo, non come un accidente meteorologico. Il messaggio INPS n. 2418 del 20 luglio 2026 traduce questa scelta in procedure, ma la posta in gioco è più alta dell’importo stanziato: si sta decidendo se il lavoro nei cantieri e nei campi, sotto temperature che diventano incompatibili con la sicurezza, sia ancora un rischio a carico di imprese e operai o un costo sociale da mutualizzare.
Dall’emergenza alla struttura: cosa cambia con l’articolo 6 del DL 107
L’articolo 6 del decreto-legge 26 giugno 2026, n. 107, introduce una categoria operativa che prima non esisteva: le «eccezionali situazioni climatiche, comprese quelle relative a straordinarie ondate di calore» come causale autonoma per l’accesso agli ammortizzatori sociali. La novità non sta nell’aver riconosciuto il caldo come rischio — quello avveniva già per via amministrativa — ma nell’averlo scollegato dai limiti ordinari di durata e dai requisiti contributivi.
Per i settori edile, lapideo e delle escavazioni, i periodi di CIGO autorizzati tra il 1° luglio e il 31 dicembre 2026 non vengono conteggiati nel tetto delle 52 settimane nel biennio mobile previsto dall’articolo 12 del decreto legislativo n. 148/2015. In pratica: un’impresa edile che esaurisse le 52 settimane di cassa ordinaria per altre ragioni potrebbe comunque accedere alla CIGO per fermare i cantieri durante un’allerta calore. Restano fuori dal computo anche il requisito dei 30 giorni di lavoro effettivo per i dipendenti e il contributo addizionale a carico del datore di lavoro.
L’impianto è quello degli «eventi oggettivamente non evitabili» (EONE) già noti al sistema, ma con un’estensione temporanea che ne dilata la portata. Non è una riforma permanente: la finestra si chiude il 31 dicembre 2026. Eppure il solo fatto di aver scorporato le settimane per causa climatica dal conteggio ordinario sposta il baricentro del decreto 148/2015, che su quel limite ha costruito l’intero equilibrio tra flessibilità in entrata e costo degli ammortizzatori.
Il costo del lavoro sotto stress termico
I numeri della copertura finanziaria raccontano da soli l’asimmetria tra i settori. Alla CISOA — la cassa integrazione per gli operai agricoli — vanno 10,3 milioni di euro, più del doppio dei 4,9 destinati alla CIGO per edilizia e affini. Lo squilibrio riflette la diversa composizione della forza lavoro: nel settore agricolo la platea è più ampia, i contratti più frammentati e la necessità di un pagamento diretto da parte dell’INPS più marcata.

Due gli interventi sulla CISOA che meritano attenzione oltre la cifra:
- Il trattamento viene riconosciuto anche in caso di riduzione dell’attività lavorativa pari alla metà dell’orario giornaliero, non solo per la sospensione completa;
- Salta il requisito delle 181 giornate lavorative, quello che normalmente filtra l’accesso alla prestazione per gli operai a tempo determinato.
Le giornate non lavorate per eventi climatici estremi, inoltre, non vengono conteggiate nel limite annuale delle 90 giornate indennizzabili. L’effetto combinato è un’estensione della platea che, per il secondo semestre 2026, avvicina la CISOA a un ammortizzatore universale per il lavoro agricolo colpito dal clima. E il pagamento diretto da parte dell’INPS alleggerisce le imprese agricole dall’onere di anticipare le somme, intervenendo sulla sopravvivenza stessa delle aziende più piccole in un contesto di margini compressi.
I precedenti e il contesto europeo
La decisione di usare la leva degli ammortizzatori sociali per rispondere allo shock climatico non nasce nel vuoto. Già nel 2023 e nel 2024, durante le ondate di calore che avevano colpito il Mezzogiorno, l’INPS era intervenuto con circolari interpretative per includere le temperature estreme tra le causali EONE. La differenza è che allora si trattava di adattare strumenti esistenti; ora c’è un decreto-legge ad hoc con copertura finanziaria dedicata.
Il modello è quello della sospensione per causa di forza maggiore, una categoria che il diritto del lavoro europeo conosce bene ma che in Italia era stata usata quasi esclusivamente per eventi sismici o alluvionali. Estenderla al caldo estremo significa riconoscere che la crisi climatica produce interruzioni produttive paragonabili a un terremoto, solo più frequenti e distribuite su tutto il territorio nazionale. È un cambio di paradigma con implicazioni di lungo periodo: se il clima diventa una forza maggiore ricorrente, il perimetro degli ammortizzatori sociali è destinato ad allargarsi strutturalmente.
Cosa cambia per il sistema
La partita vera si gioca sul precedente amministrativo che il DL 107 lascia in eredità. L’INPS ha codificato due nuove causali UNIEMENS — una per la riduzione dell’orario agricolo e una per la sospensione — attivate dal 24 luglio 2026. Sono causali temporanee, ma il fatto stesso che vengano codificate indica che l’Istituto si sta attrezzando per gestire un fenomeno ricorrente, non un’emergenza una tantum. Per gli eventi già verificatisi prima dell’attivazione delle causali è stata fissata una finestra straordinaria, mentre per quelli successivi vale il termine ordinario: scadenze ravvicinate che presuppongono una pronta identificazione dei lavoratori e delle giornate interessate.
Il DL 107 non risolve il nodo di fondo — chi paga l’adattamento climatico del lavoro — ma sposta il baricentro. Da ottobre 2026 in poi, quando la copertura scadrà, sarà politicamente costoso tornare indietro. I 15 milioni stanziati sono un investimento iniziale su un perimetro di tutele che, con ogni probabilità, verrà ridiscusso nella prossima legge di bilancio. Se la norma venisse prorogata o resa strutturale, cambierebbe il perimetro stesso del decreto legislativo 148/2015, perché la neutralizzazione del conteggio delle settimane di CIGO sul biennio mobile ne altera l’equilibrio fondante. In gioco non c’è solo la risposta a un’estate torrida, ma l’architettura con cui il lavoro italiano affronta la crisi climatica.
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