Caldo e cassa integrazione: il decreto 2026 e un sistema ormai rodato

Il 22 giugno 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto-legge che riattiva l'accesso in deroga alla cassa integrazione per eccezionali ondate di calore. Non è una novità assoluta: il governo la definisce esplicitamente una reintroduzione di "norme già vigenti negli scorsi anni". Che questa misura torni puntuale ogni estate segnala qualcosa di più profondo — l'emergenza caldo non è più un'eccezione del diritto del lavoro, ma una variabile con cui il sistema degli ammortizzatori sociali deve fare i conti ogni anno.

Ogni estate, la stessa norma: il segnale politico

Il decreto del 22 giugno rientra in un provvedimento più ampio, dedicato a disposizioni urgenti per interventi infrastrutturali e all'attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Non è un decreto autonomo sul lavoro: la tutela contro il caldo è inserita dentro un pacchetto di politica economica e climatica. Questo posizionamento non è neutro — segnala che l'adattamento al clima entra, almeno formalmente, nel perimetro della pianificazione economica nazionale.

La misura si muove su un terreno già tracciato. Il decreto n. 92/2025 aveva stabilito regole analoghe: accesso alla cassa integrazione ordinaria (CIGO) senza versare il contributo addizionale e, soprattutto, senza che i periodi fruiti venissero computati nel limite massimo di 52 settimane nel biennio mobile. Quella soglia, superata la quale scattano regole più restrittive per le imprese, è rimasta sospesa per i periodi di emergenza caldo — un segnale che il sistema tratta gli eventi climatici estremi come forza maggiore, non come crisi d'impresa ordinaria.

Accanto al decreto, nel 2025 governo e parti sociali avevano firmato il Protocollo quadro per la gestione dei rischi lavorativi legati alle emergenze climatiche: un documento che fissa misure di prevenzione, organizzazione e protezione, con attenzione specifica ai settori esposti e a chi lavora all'aperto. Il decreto 2026 si innesta in questa architettura già costruita.

Cassa integrazione per ondate di calore eccezionali
Operai in una fonderia lavorano il metallo fuso indossando equipaggiamento protettivo. Foto di Quang Vuong su Pexels

La soglia dei 35 °C non è l'unico criterio

Il riferimento INPS fissa a 35 °C la temperatura oltre la quale si può richiedere la cassa integrazione. Ma il termometro è solo il punto di partenza. L'accesso è possibile anche con valori inferiori, quando la temperatura percepita supera quella soglia per effetto di più fattori combinati:

  • elevata umidità ambientale;
  • esposizione diretta al sole senza protezione;
  • macchinari o materiali che producono calore aggiuntivo;
  • obbligo di indossare caschi, tute o altri dispositivi di protezione individuale;
  • intensità dello sforzo fisico richiesto dalla mansione.

Il riferimento operativo per misurare il rischio è la piattaforma Worklimate, sviluppata da INAIL e CNR, che classifica il livello di pericolo per chi svolge attività fisica intensa all'aperto. Molte ordinanze regionali già vietano il lavoro nelle fasce orarie più critiche, di solito tra le 12:30 e le 16:00, nelle aree segnalate dalle mappe di rischio.

L'ambiguità aperta: chi sono "alcuni operatori economici"

Il comunicato ufficiale del Consiglio dei Ministri cita la possibilità per "alcuni operatori economici" di sospendere o ridurre l'attività, senza indicare i settori specifici. Il testo definitivo del decreto, non ancora pubblicato al momento della seduta, chiarirà questo punto. I settori storicamente beneficiari — edilizia, agricoltura, manutenzione urbana, cave e lavori stradali — restano i candidati naturali, ma l'inclusione o l'esclusione di altri comparti dipende dalla formulazione tecnica del provvedimento.

Questa vaghezza non è irrilevante: il perimetro dei beneficiari determina quante imprese potranno presentare domanda all'INPS e l'entità complessiva dello strumento.

Il dato più significativo dell'intera vicenda non è la misura in sé, ma la sua ricorrenza: finché la tutela contro il caldo deve essere reintrodotta per decreto ogni estate, il sistema resta strutturalmente in modalità emergenziale. Una norma permanente che non richieda rinnovi annuali — ancora assente — sarebbe il passo che trasformerebbe la risposta al caldo da gestione dell'urgenza a infrastruttura stabile del diritto del lavoro.

Fonti

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