Il Consiglio dei Ministri del 4 agosto 2026 ha approvato un decreto omnibus per la pubblica amministrazione che tocca ferie, buoni pasto, indennità e assunzioni. La misura più discussa — lo stop ai buoni pasto durante le ferie — è solo la punta di un intervento più ampio, pensato per chiudere un vuoto normativo che stava per costare fino a 2 miliardi di euro alle casse dello Stato. Dietro la scelta del governo c'è però anche il tentativo di allineare finalmente la disciplina italiana ai principi europei, dopo anni di incertezze e sentenze contraddittorie.
Perché il governo interviene proprio ora
La molla che ha spinto l'esecutivo a inserire la norma nel decreto è un allarme lanciato dal Ministero dell'Economia. Secondo i calcoli del MEF, riconoscere ai dipendenti pubblici le indennità accessorie — buoni pasto, indennità di turno, disagio — anche durante i periodi di ferie avrebbe generato un onere da 2 miliardi di euro. La stima arriva da un dato della Ragioneria generale dello Stato: ogni anno i lavoratori della PA accumulano e consumano oltre 65 milioni di giornate di ferie, in media 21 giorni a testa.
Il problema non è nuovo. Da anni la Corte di giustizia dell'Unione europea, applicando la Direttiva 2003/88/CE, ha stabilito che chi va in ferie deve percepire una retribuzione paragonabile a quella dei giorni lavorati. Le sentenze note come Robinson-Steele, Schultz-Hoff, Williams, Torsten Hein e Koch hanno progressivamente esteso questo principio, e alcune pronunce italiane — comprese recenti sentenze della Cassazione — avevano aperto la strada a richieste di arretrati anche nel pubblico impiego.
Il vuoto normativo italiano, che non chiariva se durante le ferie spettassero anche le voci legate all'effettiva presenza in servizio, ha creato un cortocircuito. Da un lato i giudici riconoscevano il diritto; dall'altro le amministrazioni si trovavano esposte a un rischio finanziario enorme, senza una legge che le mettesse al riparo. Il decreto approvato il 4 agosto serve esattamente a questo: bloccare il passato e dettare regole chiare per il futuro.
Il paradosso del buono pasto: 5,2 ore in ufficio no, una settimana al mare sì
Per capire la portata del cortocircuito normativo basta un esempio concreto, emerso nei documenti preparatori del decreto. Oggi un dipendente pubblico ha diritto al ticket restaurant solo se lavora almeno 7,2 ore al giorno. Chi è presente in ufficio ma prende un permesso di 2 ore scende a 5,2 ore e perde il buono pasto.
Applicando alla lettera l'orientamento giurisprudenziale europeo, lo stesso dipendente avrebbe invece potuto incassare il ticket per un'intera settimana di ferie al mare, senza aver lavorato neppure un'ora. Una sproporzione evidente, che il governo ha deciso di troncare con una norma dal duplice effetto.
La bozza del decreto stabilisce infatti che l'espressione «ferie retribuite» contenuta nell'art. 1, comma 2, del Dlgs n. 165/2001 vada intesa nel senso che al dipendente spetta la normale retribuzione, escludendo i compensi che richiedono lo svolgimento effettivo delle mansioni e quelli che non siano erogati per dodici mensilità. La disposizione ha portata retroattiva (fatti salvi i giudicati già formati) e demanda alla contrattazione collettiva la regolamentazione di dettaglio.
Il ritorno cautelato della monetizzazione delle ferie
Sempre sul fronte ferie, il decreto cancella il blocco assoluto alla monetizzazione che era in vigore. D'ora in poi i dipendenti pubblici potranno ottenere un'indennità per le ferie non godute, ma solo in un caso specifico: alla cessazione del rapporto di lavoro e a condizione che il mancato utilizzo non dipenda da una scelta consapevole del lavoratore.

Il meccanismo è pensato per allinearsi alla giurisprudenza europea senza aprire la porta ad abusi. Il datore di lavoro dovrà invitare formalmente il dipendente a fruire delle ferie, informandolo che in caso contrario saranno perse e non potranno essere convertite in denaro. L'onere della prova sulla mancata fruizione volontaria è a carico del datore.
Nella conferenza stampa successiva al Consiglio dei Ministri, il ministro per la Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo ha spiegato che il provvedimento «uniforma la normativa italiana, che non rispondeva esattamente a quanto previsto in materia dalla normativa europea».
Enti locali: addio ai tetti storici di spesa
L'altro pilastro del decreto riguarda gli enti territoriali. Il testo elimina i limiti "storici" alla spesa di personale e introduce un criterio legato alla sostenibilità finanziaria: il rapporto tra spese di personale ed entrate correnti, non più il confronto con la spesa sostenuta in un anno di riferimento del passato.
Zangrillo ha rivendicato la portata della novità: «L'importanza di questa norma è che mette chiarezza. Adesso, avendo riguardo non più alla serie storica, ma al bilancio, alla sostenibilità finanziaria legata al rapporto tra le spese personali e le entrate correnti, si è chiarita la situazione».
Sul fronte del personale, il decreto allunga a 4 anni la validità delle graduatorie per la Polizia locale e autorizza una sessione straordinaria del corso-concorso per segretari comunali nel biennio 2026-2027. Zangrillo ha collegato la misura alla carenza di figure professionali, precisando che per i comuni tra 3.000 e 5.000 abitanti sarà possibile attingere ai segretari iscritti nella fascia C, quella di accesso alla carriera.
Università e Afam: 60 milioni e parità dei titoli
Il decreto contiene anche un pacchetto di misure per il mondo accademico. Stanzia 60 milioni di euro complessivi per gli atenei, di cui 50 milioni aggiuntivi destinati al Fondo di finanziamento ordinario per il 2026. Le risorse servono a proteggere i bilanci nella transizione al nuovo sistema di Valutazione della qualità della ricerca (Vqr 2020-2024), con un vincolo: le variazioni dei finanziamenti dovranno restare tra lo 0% e il +5% rispetto al 2025, così che nessuna università riceva meno fondi dell'anno precedente.
Viene inoltre sancita l'equiparazione dei diplomi Afam (Conservatori, Accademie di belle arti, Istituti di design) alle lauree universitarie tradizionali, mentre la composizione attuale del Consiglio universitario nazionale è prorogata fino al 31 dicembre 2026.
Cosa significa questa svolta
Il decreto nasce con un obiettivo dichiarato di contenimento della spesa, ma la sua portata va oltre l'emergenza contabile. La scelta di intervenire con una norma retroattiva, bloccando sul nascere le richieste di arretrati, rivela la consapevolezza del governo di trovarsi di fronte a un rischio sistemico: non una singola voce di costo, ma un principio — quello della retribuzione «normale» durante le ferie — che se applicato senza filtri avrebbe potuto generare un contenzioso di massa.
L'architettura del decreto, che rinvia alla contrattazione collettiva la disciplina di dettaglio su buoni pasto e indennità, segna anche un parziale riequilibrio dei rapporti tra legge e contratto nel pubblico impiego. Dopo anni in cui la giurisprudenza ha supplito al silenzio del legislatore, la politica sceglie di riprendere in mano la regia, fissando paletti entro i quali i sindacati potranno negoziare.
Fonti
Indice dei Contenuti





