Decreto Omnibus: la riforma fiscale al capolinea, le correzioni spiegate

L’approvazione definitiva del decreto Omnibus, il 4 agosto 2026, non è solo la chiusura formale della delega fiscale: è il tentativo del Governo di correggere i meccanismi di compliance che avevano mostrato frizioni, riequilibrando esigenze erariali e tutela dei contribuenti. Il testo, licenziato dal Consiglio dei Ministri insieme ai decreti sull’ordinamento della giustizia tributaria e sul federalismo fiscale, porta a 29 i provvedimenti attuativi complessivi (21 decreti legislativi e 8 testi unici). Il viceministro dell’Economia Maurizio Leo ha indicato che manca ancora il codice tributario per completare il percorso avviato con la legge 9 agosto 2023, n. 111. Dietro le misure approvate si legge la volontà di rendere più attrattivo il concordato preventivo biennale, alzare l’asticella probatoria per gli accertamenti e allentare il regime sanzionatorio su piccoli scostamenti.

Perché un decreto correttivo: i nodi venuti al pettine dopo i primi decreti

Il decreto Omnibus non nasce come mero aggiustamento tecnico. Le Commissioni parlamentari, nel vagliare lo schema preliminare, avevano chiesto di rivedere alcune presunzioni accertative ritenute eccessivamente gravose per i contribuenti. In particolare, hanno puntato il dito contro l’automatismo con cui, nelle società a ristretta base partecipativa, si imputavano ai soci gli utili extra‑contabili accertati in capo all’impresa, e contro la possibilità di contestare la deduzione di costi pluriennali anche a distanza di decenni. La richiesta di fondo era rafforzare la certezza del diritto senza azzerare i poteri di controllo.

Le nuove disposizioni accolgono in parte questa istanza. Vengono limitate le presunzioni di distribuzione occulta degli utili, che ora richiedono riscontri puntuali come ricavi non contabilizzati o costi indeducibili perché inesistenti. Scompare la possibilità di contestare l’antieconomicità di un’operazione basandosi soltanto sullo scostamento tra prezzo pattuito e valore di mercato: servono ulteriori indizi gravi, precisi e concordanti. Sul fronte dei costi pluriennali, poi, il termine per l’accertamento decorre dall’annualità in cui la voce è stata dedotta per la prima volta, superando l’orientamento delle Sezioni Unite della Cassazione (sentenza n. 8500 del 25 marzo 2021) che consentiva di riaprire ogni singola quota annuale anche dopo moltissimi anni. Una scelta che restituisce prevedibilità ai rapporti tributari.

Ravvedimento speciale e rinnovo del concordato: la scelta di concentrare i benefici su chi conferma il patto

L’intervento più rilevante per la strategia di compliance riguarda il ravvedimento speciale. A differenza del passato, la sanatoria non è aperta a tutti gli aderenti al concordato preventivo biennale, ma solo a chi rinnova il patto per il biennio 2026‑2027 dopo aver già partecipato al primo ciclo 2024‑2025. La logica è chiara: spingere i contribuenti a mantenere un rapporto stabile con il Fisco, offrendo in cambio la possibilità di regolarizzare le annualità 2020‑2023 con un prelievo molto inferiore a quello di un accertamento ordinario.

Il meccanismo si basa su un’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi, calibrata sul punteggio ISA che misura l’affidabilità fiscale.

Punteggio ISAAliquota flat tax sostitutiva
8 e oltre10%
Da 6 a 812%
Sotto 615%

Per le annualità 2020 e 2021, penalizzate dall’emergenza Covid, l’imposta si riduce di un ulteriore 30% (con un minimo di 1.000 euro complessivi tra imposte e addizionali). Un esempio concreto: su un maggior imponibile di 20.000 euro per il 2022, un contribuente con ISA 7 versa 2.400 euro; se l’anno da regolarizzare è il 2021, con lo sconto Covid la cifra scende a 1.680 euro.

Skyline di un distretto degli affari con grafici in salita e monete d'oro, simbolo della riforma fiscale al capolinea
Il decreto Omnibus porta la riforma fiscale al capolinea con le correzioni ai meccanismi di compliance.

Chi rinnova il concordato ottiene anche tre vantaggi accessori: la dilazione dell’imposta senza interessi, la riduzione di due anni dei termini di accertamento e l’accesso prioritario a compensazioni e rimborsi. Un pacchetto pensato per far emergere base imponibile pregressa con un gettito certo e immediato, mentre l’Agenzia delle Entrate può concentrare le risorse di controllo su chi resta fuori dal patto.

Accertamento: presunzioni ridimensionate e termini certi per i costi pluriennali

Le modifiche all’accertamento vanno nella direzione di una maggiore selettività dei rilievi. Per le società a ristretta base partecipativa, ipotizzare utili distribuiti “in nero” ai soci richiederà riscontri specifici (ricavi non contabilizzati o costi indeducibili comprovati), non più semplici deduzioni basate sulla struttura della compagine sociale. Analoga stretta riguarda le contestazioni di antieconomicità: lo scostamento tra prezzo pattuito e valore di mercato da solo non basta, servono elementi ulteriori che integrino un quadro indiziario solido.

Sui componenti negativi pluriennali (ammortamenti, spese ripartite in più esercizi), la novità è netta. Finora l’Amministrazione finanziaria poteva contestare la deduzione anche dopo decenni, perché ogni singola quota annuale era considerata un autonomo presupposto di controllo. Con il correttivo, il dies a quo per l’accertamento coincide con la prima dichiarazione in cui il costo ha prodotto effetti fiscali. Si supera così l’impostazione delle Sezioni Unite della Cassazione, accogliendo l’invito del Parlamento a evitare che i contribuenti restino esposti a contestazioni su eventi molto risalenti.

L’ultimo miglio: sanzioni più morbide e il traguardo del codice tributario

Il decreto introduce una soglia di tolleranza del 5% nelle verifiche tra incassi POS e corrispettivi elettronici. Uno scarto entro questa percentuale non farà scattare sanzioni, assorbendo scostamenti fisiologici o errori di trascrizione, e corregge il rischio di multe fino a 4.000 euro e sospensione dell’attività fino a 6 mesi che il nuovo obbligo di incrocio avrebbe potuto generare.

Sul fronte della cooperative compliance, arriva una proroga al 31 dicembre 2026 per la certificazione del Tax Control Framework (TCF) per le aziende che hanno chiesto di entrare nel regime di adempimento collaborativo nel biennio 2024‑2025. Una boccata d’ossigeno richiesta dai commercialisti, che consente di adeguare i sistemi di controllo interno senza perdere l’accesso al dialogo preventivo con il Fisco.

Nell’insieme, il decreto Omnibus segna il punto di equilibrio raggiunto tra le spinte per un fisco più “amico” e la necessità di chiudere la partita della delega. Con l’approvazione del correttivo, il Governo ha esaurito il mandato ricevuto dal Parlamento, ma il percorso resta aperto: il codice tributario annunciato da Maurizio Leo sarà l’ultimo tassello, con il compito di dare sistematicità a un quadro normativo che negli ultimi tre anni è stato profondamente riscritto.

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