Assegno Unico, la resa all’Europa: cade il vincolo di residenza e l’assegno arriva ai figli all’estero

L’Italia cancella il requisito dei due anni di residenza per l’Assegno Unico e apre il beneficio ai figli fiscalmente a carico che vivono in un altro Stato dell’Unione europea. Non è una scelta di generosità, ma l’esito di una procedura d’infrazione che la Commissione europea aveva avviato ormai due anni fa, ritenendo quelle norme discriminatorie per i lavoratori comunitari. La circolare INPS n. 81 del 24 luglio 2026 recepisce il nuovo quadro e disegna un welfare familiare finalmente allineato ai principi europei sulla libera circolazione.

Perché l’Europa ha messo nel mirino l’Assegno Unico

La tensione con Bruxelles ruotava attorno a un punto preciso: la legge italiana subordinava l’accesso all’Assegno Unico al fatto di aver risieduto in Italia per almeno due anni, anche non continuativi, oppure di essere titolari di un contratto di lavoro di durata non inferiore a sei mesi. Clausole che la Commissione europea ha giudicato incompatibili con il diritto dell’Unione perché colpivano in modo sproporzionato i cittadini di altri Stati membri che lavorano o si trasferiscono in Italia.

Il decreto-legge n. 19/2026 (convertito con la legge n. 50/2026) ha smontato entrambi i paletti. Con un intervento sull’articolo 7-bis, il legislatore ha fatto cadere il vincolo di residenza e ha riscritto i criteri per i figli a carico, estendendo la prestazione a quelli che risiedono in un altro Paese UE purché fiscalmente a carico secondo la normativa italiana. L’intervento non tocca le regole sull’ISEE né gli importi: la partita si gioca sull’equità di accesso, non sulla quantificazione del beneficio.

L’INPS, nella circolare di fine luglio, ha anche chiarito i meccanismi operativi per i lavoratori non residenti che svolgono attività in Italia. Per loro, il diritto all’assegno è ancorato al periodo effettivo di lavoro nel territorio nazionale, all’iscrizione a una gestione previdenziale obbligatoria e alla regolarità contributiva. In pratica, se un cittadino comunitario arriva in Italia per lavorare, l’assegno scatta insieme alla busta paga, senza attendere un biennio.

Cosa cambia davvero nel sistema di welfare

La portata simbolica e concreta della riforma sta nell’allineamento del welfare italiano alle regole europee di coordinamento della sicurezza sociale. Fino a ieri, un lavoratore rumeno o spagnolo che si trasferiva a Milano con i figli rimasti a Barcellona o Bucarest era escluso dall’Assegno Unico. Oggi non più, a patto che quei figli siano fiscalmente a carico in Italia.

L’estensione ai figli residenti in altri Stati UE è la vera novità strutturale. Significa che lo Stato italiano riconosce il proprio obbligo di protezione sociale anche quando il nucleo familiare è transfrontaliero, purché il genitore contribuisca al sistema fiscale e previdenziale italiano. Restano invece fuori i figli che vivono in Paesi extra-UE: per loro si applicano le regole già vigenti, un perimetro che la riforma non ha intaccato.

Assegno Unico estero, skyline business district con monete d'oro illuminate dal sole per l'estensione del beneficio ai figli Ue
La circolare INPS n. 81 cancella il vincolo biennale di residenza: l'Assegno Unico segue i figli a carico in tutta Europa.

La circolare INPS precisa anche come saranno gestite le domande già presentate. Le richieste inoltrate a partire dal 21 aprile 2026 sono accolte in via provvisoria, in attesa dell’aggiornamento definitivo dei servizi telematici. L’Istituto potrà poi ricalcolare gli importi spettanti, riconoscere eventuali arretrati o recuperare somme non dovute, con verifiche che coprono le mensilità da maggio 2026.

Il nodo del coordinamento tra Stati e il rischio di doppi pagamenti

Un aspetto delicato, su cui la circolare si sofferma, è il coordinamento delle prestazioni familiari quando entrano in gioco due diversi Stati europei. Le regole comunitarie individuano lo Stato competente in via prioritaria guardando al luogo in cui il genitore svolge l’attività lavorativa oppure, in alcuni casi, alla residenza dei figli. Se l’Italia risulta competente solo in via secondaria, l’INPS non erogherà l’intero assegno ma soltanto un’integrazione differenziale: la differenza tra quanto spetterebbe in base alla normativa italiana e l’importo già corrisposto dall’altro Stato.

È un meccanismo pensato per evitare che lo stesso nucleo familiare incassi due prestazioni piene da due Paesi diversi. La logica di fondo resta quella del divieto di cumulo che da decenni governa il coordinamento europeo della sicurezza sociale. La novità italiana non rompe questo equilibrio: semplicemente, adegua la propria disciplina interna a un quadro che il resto d’Europa già applicava.

Analisi: un costo politico evitato, ora la prova dell’operatività

La riforma dell’Assegno Unico è un caso di scuola di adeguamento normativo imposto dalla pressione europea. L’Italia aveva introdotto il requisito di residenza biennale con un intento di controllo della spesa e di ancoraggio territoriale della prestazione. Ma nel diritto comunitario la residenza non può essere usata come barriera all’accesso alle prestazioni sociali quando il lavoratore contribuisce al sistema del Paese ospitante. La procedura d’infrazione ha fatto il resto.

Dal punto di vista degli effetti, il principale impatto sarà sui lavoratori frontalieri e sui nuclei familiari sparsi in più Paesi UE, una platea difficile da quantificare ma che finora era rimasta esclusa o aveva dovuto fare i conti con contenziosi. Per l’INPS, la sfida operativa è comporre un quadro contributivo e reddituale che coinvolge più giurisdizioni, gestendo domande annuali – per i non residenti il periodo di riferimento va dal 1° marzo al 28 febbraio – e rinnovi con cadenza obbligatoria che interrompono il regime di rinnovo automatico previsto per chi vive in Italia.

La scelta di non estendere la misura ai Paesi extra-UE marca un confine che non è solo geografico ma giuridico: il coordinamento europeo è un reticolo di regole bilaterali e multilaterali, e l’assegno unico si muove ora esattamente lungo quei binari. La vera incognita a medio termine sarà la sostenibilità finanziaria di una prestazione che non cambia negli importi ma allarga la platea. Su questo, le fonti ufficiali non offrono stime di spesa, ma è ragionevole attendersi che l’estensione ai figli residenti in altri Stati UE generi un incremento di domande concentrato proprio nelle aree di confine e nei settori ad alta mobilità. Per il momento, il governo ha messo in sicurezza il quadro giuridico: la prova dei numeri arriverà con le prime liquidazioni INPS.

Fonti

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