Il via libera della Camera al patrocinio gratuito per gli infortuni sul lavoro — un provvedimento non ancora in vigore, ora all'esame del Senato — è un'eccezione mirata alla soglia di reddito di 13.659,64 euro annui, costruita sul modello già attivo per le vittime di reati gravi. Non è un risarcimento, né un riconoscimento automatico di responsabilità. Una scelta che peserebbe soprattutto per le famiglie che perdono una fonte di reddito, ma che lascerebbe fuori i casi gravi non classificati come totale inabilità.
L'eccezione che replica il modello delle vittime di reati gravi
La proposta modifica l'articolo 76 del DPR 115/2002, il Testo unico delle spese di giustizia approvato il 30 maggio 2002, intervenendo sul comma 4-ter: quello che già consente a vittime di reati specifici di accedere al beneficio anche superando il limite di reddito. Le nuove categorie — lavoratori totalmente inabili e prossimi congiunti del lavoratore deceduto — vengono ammesse «alle medesime condizioni» previste per le altre vittime, quindi anch'esse in deroga ai limiti. Non è un beneficio nuovo, ma l'estensione di un meccanismo esistente: tra i casi già tutelati rientrano, a certe condizioni, le vittime di violenza sessuale, di maltrattamenti contro familiari e conviventi e di atti persecutori.
Il perimetro penale è preciso. Per il lavoratore serve il reato di lesioni personali colpose gravi o gravissime (art. 590, comma 3, codice penale) commesso violando le norme antinfortunistiche, con conseguente totale inabilità permanente. Per i familiari, il riferimento è all'omicidio colposo aggravato dalla violazione delle stesse norme (art. 589, comma 2), con i soggetti indicati dall'art. 90, comma 3, del codice di procedura penale.
La soglia di reddito che diventa un paradosso
In via generale l'accesso al patrocinio a spese dello Stato è subordinato a un reddito imponibile sotto 13.659,64 euro annui. Nei procedimenti penali il tetto si alza di 1.032,91 euro per ciascun familiare convivente: per una famiglia con due conviventi, il calcolo porta a 15.725,46 euro (13.659,64 + 2 × 1.032,91). Basta poco per superarlo e restare fuori — anche quando l'infortunio fa venire meno una fonte di reddito o impone costi assistenziali.
È qui che si inserisce la riforma. Con le regole ordinarie, un reddito appena sopra la soglia può impedire il beneficio anche in presenza di una grave vulnerabilità; la novità eliminerebbe questo ostacolo per le categorie previste, in linea con gli articoli 24 e 32 della Costituzione (diritto di difesa e tutela della salute). Il meccanismo resterebbe però selettivo: non riguarderebbe indistintamente tutte le persone coinvolte in incidenti lavorativi, né introdurrebbe un beneficio generalizzato per qualsiasi controversia civile legata al rapporto di lavoro.
Su questo punto le fonti divergono nella presentazione. FiscoeTasse apre con una sintesi che definisce la misura «riservata ai nuclei familiari con reddito molto basso», salvo poi precisare nel corpo dell'articolo che le nuove categorie accedono «in deroga ai limiti di reddito». QuiFinanza è netta: «la soglia reddituale non varrà più». La lettura coerente con il testo normativo è la seconda: l'eccezione, una volta a regime, esiste proprio per superare il limite.

Va tenuta ferma anche un'altra distinzione: il patrocinio copre le spese legali nei limiti di legge, non è il risarcimento danni dovuto da chi risulti responsabile. L'ammissione, inoltre, non equivale al riconoscimento automatico di responsabilità penale o civile. La Corte Costituzionale, in materia, ha escluso che l'evasore fiscale possa accedere alla tutela.
Chi resta fuori: il limite della totale inabilità
Il perimetro della riforma è più stretto di quanto possa sembrare. Restano esclusi i lavoratori che subiscono lesioni gravissime — per esempio la perdita di un arto — ma che non siano considerati totalmente privi di capacità lavorativa e quindi totalmente inabili. Non basta aver subito un incidente o riportato una lesione generica: devono ricorrere le condizioni specifiche previste dalla disposizione, con riferimento alla gravità delle conseguenze e alle conseguenze penali della condotta.
Questo è il punto su cui si giocherà la partita al Senato. Almeno sulla carta non è escluso un ampliamento dei soggetti tutelati, ma il testo attuale seleziona solo i casi estremi. Per le vittime di infortuni gravi ma non invalidanti, la soglia di reddito resta la via d'accesso ordinaria, salvo ricorrano altre specifiche ipotesi di esenzione già previste dalla legge.
Il via libera bipartisan e le cifre della riforma
L'approvazione alla Camera è arrivata nella seduta di giovedì 22 ottobre 2026 ed è figlia di un percorso politico trasversale. La riforma nasce dai lavori della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle condizioni di lavoro, con il coinvolgimento dei ministri Nordio e Calderone. La deputata di Fratelli d'Italia Monica Ciaburro la definisce «una proposta di civiltà, frutto […] di un dibattito bipartisan, che ha messo insieme tutte le sensibilità politiche presenti in Parlamento», aggiungendo che con il provvedimento «proviamo a dare un sostegno laddove per troppo tempo è mancato». Anche Cisl, Cgil e Uil hanno espresso soddisfazione.
Sullo sfondo, i dati Inail: circa tre persone al giorno perdono la vita sul lavoro in Italia, con costi che nella sola Lombardia sono quantificati in 6 miliardi di euro. Numeri che trasformano la misura da caso isolato in risposta a un'emergenza ricorrente.
Sul piano finanziario, la relazione del testo approvato quantifica la spesa in 2.318.400 euro annui a partire dal 2027 (circa 2,3 milioni: le due fonti esprimono lo stesso importo, una in forma esatta e una arrotondata). La copertura utilizza in parte l'accantonamento del Ministero del Lavoro. Sul voto, Cuneodice riporta 220 voti favorevoli; QuiFinanza descrive l'approvazione come unanime, senza indicare il numero dei votanti. Il tabulato ufficiale della Camera chiarirebbe il punto. Il testo, ora al Senato come atto n. 2071, dovrà essere votato senza modifiche per arrivare direttamente in Gazzetta Ufficiale; in caso di emendamenti, tornerà a Montecitorio.
Il quadro che emerge è quello di una riforma chirurgica: un'eccezione costruita su un modello già collaudato, con un costo contenuto e un consenso ampio, ma con un perimetro definito dalla gravità estrema. Il vero test non è il voto bipartisan alla Camera, ma la definizione di "totale inabilità" che uscirà dal Senato: è lì che si deciderà quante famiglie potranno davvero usare l'avvocato senza anticipare le spese.
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