Con 5,9 miliardi di articoli importati nel 2025 in spedizioni sotto i 150 euro — oltre 16 milioni di invii al giorno, il 90% dalla Cina — l'esenzione doganale garantita finora ai mini-pacchi era diventata un'erosione silenziosa della concorrenza europea e un buco nero per i controlli di sicurezza. Dal 1° luglio 2026 il buco si chiude: il Regolamento UE 2026/382 cancella la franchigia storica e impone un dazio forfettario temporaneo di 3 euro per articolo. La misura durerà fino al 1° luglio 2028, quando l'EU Customs Data Hub dovrebbe subentrare con un sistema di dazi ordinari calcolati su valore, origine e classificazione doganale. Ma il significato della stretta va oltre il tecnicismo tariffario.
Il paradosso del 97%: perché Bruxelles ha agito adesso
I piccoli pacchi rappresentano il 97% di tutti gli invii importati nell'Unione ma appena il 2% del valore complessivo delle importazioni. Una sproporzione che racconta di un modello di business — quello di piattaforme come Temu, Shein e AliExpress — costruito su spedizioni capillari, prezzi stracciati e un carico amministrativo minimo. La Commissione europea ha parlato esplicitamente di «concorrenza sleale per i venditori dell'UE, rischi per la salute e la sicurezza dei consumatori, elevati livelli di frode e preoccupazioni ambientali».
I numeri della sicurezza sono altrettanto pesanti: oltre il 60% dei prodotti controllati — giocattoli, elettronica, cosmetici, integratori — non rispetta gli standard europei. L'esenzione doganale aveva di fatto creato una corsia preferenziale per merci che in molti casi non avrebbero superato i controlli di conformità richiesti ai produttori interni.
Tre euro, ma con moltiplicatore: come funziona davvero il dazio
Il meccanismo è meno banale di quanto appaia. Il dazio si applica per articolo, definito come beni che condividono la stessa classificazione tariffaria, la stessa descrizione e, quando dichiarata, la stessa origine. Tradotto:
- Tre magliette identiche raggruppate in un'unica riga doganale = 3 euro totali.
- Una maglietta, un orologio e un ombrello (tre voci doganali diverse) = 9 euro.
Non è un costo per collo, ma per distinzione merceologica. La definizione formale di «articolo» è stata introdotta proprio con il regolamento delegato (UE) n. 2026/1022 del 30 giugno 2026, che modifica le norme sulla dichiarazione H7 per garantire che il dazio colpisca ogni categoria di prodotto distinta, anche quando due prodotti identici vengono dichiarati su righe separate.

Il labirinto IVA: quando 3 euro diventano 3,66
Qui si inserisce la seconda complessità. Il dazio è un diritto doganale (tributo di tipo A00) che impatta diversamente sul calcolo dell'IVA all'importazione a seconda del regime adottato:
- Regime IOSS (sportello unico per le importazioni, usato dalla maggior parte delle grandi piattaforme): il dazio di 3 euro è esente da IVA e non concorre alla base imponibile.
- Regimi ordinari o postali (non-IOSS): il dazio entra nella base imponibile e sull'importo complessivo si calcola l'IVA. Con l'aliquota ordinaria italiana del 22%, quei 3 euro diventano 3,66 euro per singolo articolo. Per una spedizione con tre voci doganali diverse, il solo prelievo sale a quasi 11 euro.
La differenza è sostanziale e rischia di colpire proprio i canali meno strutturati, dove il venditore extra-UE non aderisce allo IOSS e la gestione doganale ricade su corrieri e intermediari.
La partita geopolitica: Cina, dazi e il tavolo Sefcovic-Wang
La misura non nasce in un vuoto diplomatico. Alla vigilia dell'entrata in vigore, il commissario europeo al Commercio Maros Sefcovic ha incontrato a Bruxelles il ministro cinese Wang Wentao, ribadendo che il crescente squilibrio commerciale tra UE e Cina «non è sostenibile». Bruxelles contesta a Pechino massicci aiuti pubblici e condizioni di concorrenza distorsive che favorirebbero l'export a basso costo. Su 5,9 miliardi di articoli importati nel 2025, oltre il 90% proveniva dalla Cina: un dato che trasforma il dazio da strumento tecnico a leva negoziale.
Una misura temporanea con vocazione permanente
Il dazio di 3 euro scadrà il 1° luglio 2028, quando dovrebbe entrare in funzione l'EU Customs Data Hub, la piattaforma digitale unica che sostituirà i sistemi informatici nazionali e permetterà di calcolare i dazi ordinari. Ma il percorso è già tracciato: entro il 1° novembre 2026 la Commissione dovrà definire anche una handling fee europea, una commissione amministrativa per coprire i costi di gestione dell'enorme mole di spedizioni e-commerce.
Quest'ultimo passaggio ha già prodotto un effetto a cascata sull'Italia. La tassa nazionale di 2 euro introdotta dalla legge di Bilancio e appena rinviata al 1° ottobre 2026 dovrà essere ritirata quando scatterà la handling fee europea. Il portavoce della Commissione Olof Gill è stato chiaro: «È essenziale per tutelare l'integrità del mercato unico e garantire il corretto funzionamento del nuovo dazio doganale». Bruxelles non vuole un sistema «a macchia di leopardo» che favorisca il border shopping, cioè lo spostamento delle importazioni verso i Paesi con oneri più bassi per poi ridistribuire le merci nel resto dell'Unione.
La partita è tutt'altro che chiusa. Se i grandi marketplace assorbiranno il costo o lo trasferiranno sui prezzi dipenderà dalle strategie commerciali dei singoli operatori. Ma una cosa è certa: il principio che ha governato l'e-commerce low cost nell'ultimo decennio — comprare ovunque, spedire senza attriti — dal 1° luglio 2026 non esiste più.
Fonti
- Ipsoa.it
- Ipsoa.it
- Tassa sui pacchi in tutta l'UE dal 1° luglio
- Ilfattoquotidiano.it
- Quotidianopiu.it
- Adiconsum.it
- Tassa da 3 euro sui mini pacchi da oggi 1° luglio
- Viveresanbenedetto.it
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