Il XXV Rapporto annuale dell’INPS, presentato il 9 luglio 2026 alla Camera, racconta un’Italia che lavora come non mai — 27,2 milioni di assicurati — ma smonta un presupposto chiave delle politiche familiari degli ultimi anni: i trasferimenti monetari diretti, come l’Assegno Unico e Universale, non solo non spingono l’occupazione femminile, in alcuni casi la riducono. L’età media di pensionamento intanto sale a 64,7 anni e il sistema previdenziale regge, ma la base contributiva futura — donne, giovani, stranieri — resta fragile proprio dove gli incentivi economici producono l’effetto opposto a quello sperato.
L’età pensionabile sale di 7 anni in tre decenni: la spinta del sistema contributivo
Nel 1995 i dipendenti privati uscivano dal lavoro in media a 57 anni e 7 mesi. Nel 2025 l’età media di decorrenza per vecchiaia e anticipate ha toccato 64,7 anni (contro i 64,5 del 2024), con i dipendenti privati arrivati a 64 anni e 10 mesi. Il Rapporto INPS lega questa progressione quasi lineare alla transizione verso il sistema contributivo, che spinge i lavoratori a restare più a lungo per compensare con anni di contributi l’effetto dei coefficienti di trasformazione.
Non si tratta solo di riforme, ma di una pressione strutturale: dal 2027 l’età pensionabile salirà a 67 anni e un mese per effetto dell’adeguamento alla speranza di vita, con ulteriori due mesi dal 2028. Il ministro del Lavoro Marina Calderone, a margine della presentazione del Rapporto, ha messo l’accento sull’invecchiamento attivo e sulla necessità di rivedere le norme sui lavori gravosi: «L’importante è avere attenzione e sensibilità nei confronti di tutte quelle attività lavorative che possiamo considerare faticose e usuranti. Su questo credo sia utile aprire una riflessione generale anche per ragionare sulla gravosità connessa ad attività che non sono contemplate nelle vecchie norme che guardavano a un mondo del lavoro diverso».
Un fenomeno parallelo segnalato dall’INPS è l’esplosione dei pensionati lavoratori: quasi il 6% di chi è andato in pensione tra il 2019 e il 2023 risulta ancora negli archivi dei dipendenti privati, spesso presso lo stesso datore di lavoro. Un confine sempre più sfumato tra quiescenza e occupazione, che da un lato rivela la vitalità di una fascia di lavoratori anziani, dall’altro è il sintomo di pensioni inadeguate.
Il paradosso dell’Assegno Unico: più figli, meno lavoro femminile
Il dato più controintuitivo del Rapporto è l’effetto dell’Assegno Unico e Universale sull’occupazione delle madri. La misura ha una copertura del 94,9% dei nuclei aventi diritto, raggiunge oltre 6 milioni di famiglie e 10 milioni di figli per una spesa di circa 20 miliardi l’anno. In alcune fasce ISEE (terzo e quinto quintile) la probabilità di avere un secondo figlio aumenta di 0,5 punti percentuali, ma quella di lavorare scende di 1,15 punti percentuali. Non è una fluttuazione statistica: applicata a una platea quasi universale, questa riduzione si traduce in un freno strutturale.
L’analisi dell’INPS non si ferma qui. Il bonus bebè erogato in Sardegna — 600 euro al mese per il primo figlio, 400 per i successivi fino a 5 anni, riservato ai comuni sotto i 3.000 abitanti — ha prodotto un balzo delle nascite del 21% nel biennio 2023-2024 e un aumento del 34% nella probabilità di un secondo figlio. Ma la probabilità di occupazione delle madri è crollata del 25%. L’Istituto sintetizza così il meccanismo: «Il semplice trasferimento monetario, se non accompagnato da politiche complementari, rischia di generare effetti indesiderati sul piano occupazionale e sociale».
Il motivo è nel disegno complessivo del sistema: detrazioni per coniuge a carico, calcolo ISEE e agevolazioni fiscali continuano a trattare il reddito femminile come accessorio. Il secondo percettore, che nella stragrande maggioranza dei casi è donna, guadagna meno, ha contratti più instabili e rischia di far perdere alla famiglia alcuni benefici. Più il trasferimento è generoso, più forte è il disincentivo a cercare o mantenere un impiego.
I servizi funzionano: bonus nido e smart working, gli antidoti alla child penalty
Di segno opposto è l’impatto del bonus asilo nido: l’accesso al contributo (fino a 3.600 euro in base all’ISEE) aumenta del 17% la probabilità di occupazione delle madri beneficiarie. Non è un trasferimento diretto di denaro, ma un rimborso condizionato alla frequenza dell’asilo: sposta risorse verso un servizio che libera tempo di cura. Il problema è che il tasso di copertura degli asili nido è ancora fermo al 31,6% a livello nazionale, sotto lo standard di Barcellona del 33% fissato oltre vent’anni fa dal Consiglio europeo. E il bonus raggiunge solo il 35% degli aventi diritto, contro il quasi 95% dell’Assegno Unico.

Lo smart working si rivela lo strumento più potente: riduce fino all’87% la child penalty — la perdita di reddito e progressione di carriera legata alla maternità — e può aumentare le retribuzioni fino a 1.300 euro nell’anno successivo alla nascita. «Il tema della natalità non può essere affrontato solo con trasferimenti monetari. La decisione di avere un figlio dipende anche dalla stabilità del lavoro, dalla possibilità di conciliare tempi di vita e tempi professionali, dalla disponibilità di servizi per l’infanzia, dalla distribuzione dei carichi di cura tra madri e padri», ha dichiarato il presidente INPS Gabriele Fava.
Un sistema che poggia su basi fragili: poche imprese, salari deboli e il ruolo dei lavoratori stranieri
Il Rapporto INPS fotografa un mercato del lavoro che ha toccato il massimo storico con 27,2 milioni di assicurati (+6,8% rispetto al 2019), ma con una crescita trainata in buona parte dagli over 55 (passati da 6 a 7,6 milioni) e dalla componente straniera: i lavoratori extra UE sono aumentati del 35,5% tra 2019 e 2025, e oggi un dipendente su sette è di origine straniera. Gli under 34 sono cresciuti del 12,4%, le donne del 7,8%: dinamiche positive, ma che nascondono un’occupazione ancora fortemente concentrata nei servizi — dove produttività e salari sono più bassi — e un’industria che ha perso dieci punti percentuali di dipendenti dal 2007 (dal 43% al 33% nel 2025).
La retribuzione media annua lorda dei dipendenti è salita a 27.649 euro (+14,5% sul 2019, +3,6% sul 2024), ma il recupero del potere d’acquisto resta un miraggio: l’inflazione accumulata nel periodo 2019-2025, misurata con l’indice FOI, è del 18,2%, con l’IPCA del 20,5%. Le retribuzioni nette, grazie a detrazioni e nuove esenzioni, sono cresciute del 19,2% dal 2019, avvicinandosi alla soglia di recupero ma senza superarla nettamente.
Ancora più critico è il dato sulla concentrazione della crescita occupazionale: appena l’1% delle imprese ha generato il 60% dei nuovi posti di lavoro nel 2025. Le microimprese, che rappresentano l’86% del totale, occupano solo il 23% dei dipendenti. Per la previdenza pubblica, che ha incassato 273 miliardi di contributi nel 2025 e paga 371 miliardi di pensioni, la solidità dei conti (l’avanzo di competenza è di 16,8 miliardi) dipende da quanto il tessuto produttivo riuscirà a creare lavoro stabile e ben retribuito.
Il vero paradosso: tenere insieme natalità e occupazione femminile
L’analisi dell’INPS mette in luce un trade-off che nessuna riforma ha ancora risolto: nel sistema italiano, le politiche a sostegno della natalità basate su trasferimenti monetari tendono a far arretrare l’occupazione femminile, mentre i servizi alla persona e la flessibilità contrattata (smart working) producono l’effetto opposto, ma raggiungono una platea molto più ristretta.
È un cortocircuito previdenziale con implicazioni profonde. Se l’Italia vuole aumentare i tassi di fecondità e al tempo stesso allargare la base contributiva su cui poggiano le pensioni di domani, deve riprogettare il mix di strumenti: meno incentivi monetari incondizionati, più investimenti su asili nido, congedi paritari e organizzazione del lavoro che non penalizzi il secondo percettore — cioè, nella realtà italiana, le donne. La stessa sostenibilità del sistema pensionistico, giocata sull’innalzamento dell’età di uscita e sulla continuità dei versamenti, non può reggere se la platea dei contribuenti stabili si restringe proprio per effetto delle politiche familiari.
Considerando i dati del Rapporto: 16,4 milioni di pensionati che incassano 371 miliardi e una spesa cresciuta di 24 miliardi in due anni (dai 347 miliardi del 2023), ogni punto percentuale di occupazione femminile perso a causa di incentivi mal calibrati si traduce in una doppia perdita per i conti pubblici — meno contributi oggi, più divario pensionistico domani. Non è un caso che il divario di genere negli assegni resti al 34%: le donne, pur essendo la maggioranza dei pensionati (8,4 milioni su 16,4), percepiscono solo il 44% del reddito pensionistico complessivo.
La via d’uscita, suggerisce il Rapporto, non è abbandonare il sostegno alle famiglie ma agganciarlo a condizioni che incentivino l’occupazione, esattamente come già fa — su scala ancora troppo piccola — il bonus asilo nido. Finché il sistema fiscale e di welfare continuerà a trattare il reddito femminile come variabile accessoria, l’Italia resterà intrappolata nel dilemma tra fare figli e far lavorare le madri.
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