Pensioni, rivalutazione al 2,9% dal 2027: perché il conto per lo Stato raddoppia

Dal 1° gennaio 2027 le pensioni saranno rivalutate del 2,9%, ma il numero che pesa davvero non è l'aumento: è la spesa. Per adeguare gli assegni all'inflazione la Ragioneria dello Stato stima oltre 10 miliardi di euro, il doppio dei 5 miliardi del 2026 e quasi quattro volte i 2,6 miliardi del 2025. La perequazione, il meccanismo che difende il potere d'acquisto dei pensionati, diventa così una voce sempre più pesante della manovra 2027 — mentre le stime più recenti spingono il tasso verso il 3%.

La perequazione non è un aumento: è la rincorsa all'inflazione

La perequazione è la rivalutazione annuale che adegua gli assegni al costo della vita. Si applica in via provvisoria dal 1° gennaio, in base all'indice Istat dei primi nove mesi dell'anno precedente, con conguaglio l'anno successivo sul dato definitivo.

Quest'anno il conguaglio non servirà per il 2025: l'Istat ha confermato l'aumento dell'1,4% già applicato dal 1° gennaio 2026. Per il 2027 l'adeguamento partirà dal 2,9% provvisorio, con eventuale correzione a consuntivo dal 1° gennaio 2028.

Il punto, spesso frainteso, è che la perequazione non arricchisce il pensionato. Compensa, almeno in parte, la perdita di potere d'acquisto già subita: se nel 2026 aumentano bollette, carburanti e alimentari, il pensionato paga subito quei rincari, mentre l'adeguamento arriva solo dal gennaio successivo.

Il conto per lo Stato: da 2,6 a oltre 10 miliardi in tre anni

Il costo del meccanismo cresce molto più in fretta del numero dei pensionati. La serie delle stime della Ragioneria dello Stato lo mostra con chiarezza:

AnnoRivalutazione applicataCosto stimato
2025—2,6 miliardi
20261,4%5 miliardi
20272,9%più di 10 miliardi

Tra il 2026 e il 2027 la spesa stimata raddoppia, da 5 a oltre 10 miliardi. Gli importi sono lordi: non tengono conto del meccanismo a fasce né degli altri fattori che incidono sulla spesa effettiva. Sono comunque la misura di quanto la difesa del potere d'acquisto sia diventata una partita di bilancio, non solo una questione previdenziale.

Il quadro normativo: il decreto di novembre e la maxi-maggiorazione in bilico

La percentuale definitiva non esiste ancora. Sarà il Ministero dell'Economia a fissarla con decreto, atteso indicativamente a novembre 2026, sulla base della variazione media annua dell'indice FOI al netto dei tabacchi.

Pensioni - Rivalutazione 2,9% dal 1° gennaio 2027
Uomo in abito formale gestisce il denaro mentre lavora al computer. Foto di Andrea Piacquadio su Pexels

Sul tavolo c'è anche il destino della maggiorazione straordinaria dell'1,3% introdotta dal 2023 per sostenere le pensioni minime. Nel 2026 questo meccanismo ha portato un assegno da 611,85 euro a 619,80 euro al mese. La norma attuale lo prevede fino al 2026: se la Legge di Bilancio 2027 non lo rinnova, dal 1° gennaio andrà in soffitta.

Stime in movimento: 2,9% o 3%?

Le fonti non convergono sulla stessa cifra. PensioniOggi e Il Messaggero lavorano sull'ipotesi del 2,9%, la stessa indicata dall'inflazione dei primi nove mesi del 2026. Lavoro e Diritti rileva invece che, dopo i dati di settembre, la stima si sta spostando verso il 3% e potrebbe superare leggermente questa soglia.

La differenza nasce da due indicatori distinti. A settembre 2026 l'indice generale dei prezzi al consumo è cresciuto del 4,2% su base annua, in accelerazione rispetto al 3,3% di agosto, e l'inflazione acquisita per l'intero 2026 è salita al 3,1%. Ma la perequazione non usa l'indice generale: si basa sulla variazione media annua dell'indice FOI al netto dei tabacchi. Il 3,1% segnala quindi la direzione, non il valore che finirà nel decreto.

Le minime e l'effetto "assorbimento"

Qui il calcolo diventa controintuitivo. Con la rivalutazione al 2,9%, il trattamento minimo ordinario passerebbe da 611,85 a circa 629,59 euro al mese. Il confronto corretto, però, non è con i 611,85 euro "base", ma con i 619,80 euro percepiti nel 2026 grazie alla maggiorazione straordinaria dell'1,3%.

Da 619,80 a 629,59 euro l'incremento reale è di 9,79 euro al mese, pari all'1,58%: poco più della metà del 2,9% annunciato. La rivalutazione ordinaria "assorbe" di fatto la maggiorazione in scadenza. Per questo il rinnovo o meno del meccanismo straordinario nella Legge di Bilancio pesa più della percentuale stessa per i pensionati più bassi.

Le fasce: perché l'aumento effettivo cala al crescere dell'assegno

La rivalutazione non si applica in modo uniforme. Funziona per scaglioni progressivi, con l'indice riconosciuto al 100% fino a 2.447,40 euro lordi al mese (quattro volte il minimo 2026), al 90% tra 2.447,40 e 3.059,25 euro e al 75% sulla quota eccedente.

Il meccanismo progressivo produce un effetto che nessuna fonte enfatizza: l'incremento percentuale effettivo diminuisce man mano che l'assegno cresce. Un pensionato con 1.000 euro lordi riceve il pieno 29 euro, esattamente il 2,9%. Con 3.000 euro l'aumento scaglionato è di circa 85,40 euro, che sull'intero assegno vale circa il 2,85%. Con 5.000 euro l'incremento di circa 129,15 euro scende sotto il 2,6% effettivo. Chi ha pensioni alte incassa più euro in valore assoluto, ma una protezione proporzionalmente minore dall'inflazione.

Le due testate che pubblicano le tabelle articolate usano soglie diverse: PensioniOggi applica i limiti del 2026 (2.447,40 e 3.059,25 euro), mentre Il Messaggero ricalcola le fasce sul trattamento minimo 2027, portandole a 2.518,37 e 3.147,97 euro. Da qui le differenze di pochi euro negli aumenti stimati per gli assegni più alti: su 5.000 euro lordi si passa da 129,15 a 129,75 euro al mese.

Fonti

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